Dott.ssa Teresa Ragusa +(39) 328.4061715
Psicologo Psicoterapeuta – Specialista in Psicoterapia Breve

Le figure retoriche negli interventi sistemici

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Cielo Stellato – Vincent Van Gogh

Pubblicato sulla rivista “Psichiatria generale e dell’età evolutiva”, n°31, 1993
T. RAGUSA (*) A. MOSCONI (**)

INTRODUZIONE

Le più recenti teorie della comunicazione si fondano sullo studio del linguaggio interattivo. Più in particolare, quello riguardante le regole della comunicazione ha arricchito la conoscenza psichiatrica e trovato applicazione in diversi campi terapeutici.

È di questi tempi il fiorire di una vasta letteratura riguardante la psicoterapia intesa come « conversazione» guidata da specifici criteri. In riferimento al fascino che riveste questo tìpo di studio, abbiamo voluto prendere in considerazione un particolare della «conversazione terapeutica », forse poco abituale in questo contesto, cioè l’espressione linguistica intesa come retorica. Definita da sempre arte oratoria e strumento di coinvolgimento e persuasione di una cultura dominante verso un interlocutore (il popolo), la retorica si caratterizzava (ed ancora esiste) come una comunicazione manipolativa giocata sulla complessità, ricchezza del linguaggio e dall’uso appropriato di parole che potessero impressionare le menti. Però, non è della retorica che intendiamo discutere nel presente articolo, bensì delle figure retoriche che, benché ne costituiscono i dettami, hanno origine e applicazioni diversificate. Gli esperti del linguaggio infatti definiscono le figure all’origine della forza del linguaggio stesso e forse per ciò sono riscontrabili nelle espressioni popolari, nel linguaggio scritto come in quello parlato, in quello colto come in quello dialettale, ecc.

La frase: « Nel cuore del cuore della Roma romanica, il Papa di Roma ha ricevuto l’Arcivescovo di Canterbury» — presa dalla cronaca giornalistica televisiva — esprime chiaramente uno stile retorico un po’ ampolloso e circonlocutorio per dare maggiore risalto ad un evento storico tra l’incontro di due personaggi di massimo grado che rappresentano, rispettivamente, la Chiesa cristiana e la Chiesa anglicana. Che la frase possa essere privata della sua perifrasi metaforica è fuori dubbio, certo è però che chi l’ha pronunciata voleva maggiormente sottolineare non solo l’evento ma il fatto che l’incontro è avvenuto nella sede del Vaticano: è a questa che il cronista dà risalto, riservando all’Arcivescovo di Canterbury la mera constatazione di essere stato ricevuto. Si privilegia un soggetto e si tiene sullo sfondo l’altro.

« Nella zona crepuscolare in cui s’incontrano e si sovrappongono arte, magia e religione, gli esseri umani hanno sviluppato la “metafora che è detta in verità” » (Bateson, 1987).

E la «verità » di un modo di esprimersi e di sentire tutto umano, segnata dagli umori, dall’empatia e dalle avversioni verso « un altro» specifico o generalizzato. Per lo stesso Bateson la « verità» della metafora è « un tentativo di negare la differenza fra mappa e territorio, e di retrocedere all’assoluta innocenza della comunicazione effettuata con puri segni di umori » (idem). « L’amore per la bandiera », il figlio che « è la luce degli occhi dei genitori: la loro stessa vita », il «cuore infranto» di chi riceve un’offesa, ed altro, sono modi di comunicazione diffusa ove l’espressione linguistica (mappa) si presume essere tutt’uno con l’emozione (territorio). In questo senso si commetterebbe l’errore di assegnare all’emozione una valenza pari alla intensità e alla forza espressiva del verbo. Ma lo stesso Autore afferma che la comunicazione umana opera sempre a due livelli di astrazione: l’uno metalinguistico (l’oggetto del discorso è il linguaggio), l’altro metacomunicativo (l’oggetto del discorso è la relazione tra gli interlocutori). La metafora, allora, non è più detta in verità: bandendo l’emozione dalla conoscenza umana e puntando l’osservazione sulle relazioni fra individui si riduce l’errore di identificare la mappa con il territorio. Anzi si afferma una maggiore convinzione e cioè che il territorio non è un dato conoscitivo, possiamo solo rappresentarlo.

LE FIGURE RETORICHE

Diamo brevemente una esposizione sistematica delle figure retoriche: Esse si dividono in quattro gruppi:

Figure di parola (o traslati) scaturiscono dalla fantasia e si caratterizzano per la trasposizione dei significati Aurigemma, 1963).
Figure di pensiero nascono ad opera del pensiero e tendono a dare animazione al discorso (idem).
Figure di sintassi domina il cervello (Sambugar, 1974).
Figure di ritmo domina l’orecchio (idem).
*Dei quattro gruppi presenteremo solo i primi due perché sono quelli che compaiono maggiormente nel linguaggio parlato.

La metafora, la similitudine, l’eufemismo, l’iperbole, l’ironia, l’umorismo e il sarcasmo, sono il genere di figure retoriche più comunemente usate nel linguaggio verbale. Anzi possiamo caratterizzare diversi generi di linguaggi o di rappresentazioni artistiche a seconda che prevalga un tipo od un altro di figure di stile e viceversa. Nel modo di esprimersi del comico ad esempio, saranno l’ironia, l’umorismo ed il sarcasmo a dare impronta alla sua comicità; in una rappresentazione teatrale napoletana prevarrà l’iperbole mentre in una tipicamente inglese sarà l’eufemismo a dare forma al linguaggio.

TABELLA 1.

Figure di parola (o traslati) Figure di pensiero
Similitudine Personificazione
Metafora Antitesi
Sineddoche Prosopopea
Antonomasia Ipotiposi
Metonomia Reticenza
Eufemismo Perifrasi
Litote Epifonema
Iperbole Apostrofe
Umorismo Preterizione
Sarcasmo Interrogazione retorica
Allegoria

Ma in psicoterapia sistemica, ed in particolare negli interventi di fine seduta, come si caratterizza la comunicazione del terapeuta? Potremmo attenderci una varietà di linguaggi dipendenti dalla varietà di storie che le famiglie portano in terapia; oppure, al contrario, modi espressivi uniformati allo stile del terapeuta.

Non solo, in quale grado le « figure» possono incidere sulla comunicazione terapeutica di fine seduta? Consideriamo la definizione che la stilistica italiana da’ delle figure retoriche: «esse servono genericamente a dare maggiore efficacia a ciò che si esprime esplicitamente mediante la sostituzione del concreto all’astratto, proprio perché il concreto è più efficace dell’astratto » (Aurigemma, 1963).

La loro applicazione all’interno della letteratura (poetica e narrativa), raggiunge la massima efficacia soprattutto nella forma e dall’eleganza di essa. Il nostro studio esula dal contesto letterario e perciò le « figure)> assumono un aspetto che non è più legato solo alla forma, nello specifico assurgono alla funzione di « cuscinetto »: attutiscono parole o espressioni «crude», «fredde» e insopportabili per il sistema in terapia; o al contrario, amplificano e rafforzano espressioni deboli. In questo senso all’aspetto formale si unisce una funzione di significati la cui «efficacia » sta nel riuscire a modulare la comunicazione (l’intervento) del terapeuta.
Questa è la nostra ipotesi, che per essere confermata dovrebbe avvalersi di interventi costruiti ad hoc e quindi privi di figure di stile.
Per chi conosce il modo di lavorare di un sistemico, sa qual è il linguaggio impiegato nella terapia e a prescindere dalle diverse definizioni o aggettivazioni che ne può dare, certo è che non lo classificherà mai come un linguaggio medico o scientifico o da manuale.

È soprattutto dall’impiego di questa semplicità di linguaggio che trae spunto il nostro lavoro; la maniera «chiara», a volte colorita, altre volte enfatica o al contrario « debole », di riportare quanto si è osservato e discusso in seduta terapeutica, dà ampio respiro a modi di esprimersi personalizzati e che molto risentono dello stile del terapeuta sovrapposto a quello che il sistema famiglia in terapia porta.

ELABORAZIONE DI UN CASO CLINICO

Quale primo esercizio per supportare questa nostra ipotesi abbiamo iniziato con l’analisi degli interventi di un caso clinico di Mara Selvini Palazzoli (a cura di Selvini, 1985), considerato un classico nella letteratura sistemica.

Abbiamo ricercato la presenza delle figure retoriche negli interventi di fine seduta e analizzato come si strutturano nella comunicazione terapeutica. A tal fine è stato opportuno fare un’analisi dei contenuti degli interventi suddetti, rintracciarne le figure di stile e rielaborare il tutto togliendo i traslati. Ne è risultato il lavoro che segue.

La famiglia Sala si presenta al centro di terapia familiare per l’anoressia di Antonella, primogenita di due figli. (Si rinvia al testo per chi non conosce il caso).

Referto della prima seduta con la famiglia Sala

L’equipe degli specialisti ha deciso che la terapia familiare è molto indicata, considerando che Antonella è in pericolo di morte e che qui abbiamo alte possibilità di guarigione. Ma c’è un gravissimo rischio che ci preoccupa. E questo rischio riguarda la nonna Teresa. Infatti se Antonella guarisse, ci sarebbe il rischio che ricominciasse a frequentare Franco. E questo potrebbe essere per la nonna una vergogna e un dolore mortale, ancora più grande di quello che la nonna patirebbe se Antonella morisse per la sua malattia. Nella prossima seduta dovremo parlare di questo rischio per la nonna.

Figure presenti:

1) (…) gravissimo rischio che ci preoccupa (…) E questo rischio (…) ci sarebbe il rischio (…) parlare di questo rischio (= perifrasi o circonlocuzione: consiste nel collocare un giro di parole al posto di una precisa e secca annotazione);
2) (…) una vergogna e un dolore mortale (= iperbole: dà rilievo ad un concetto aumentandone o diminuendone esageratamente il valore).

Il primo intervento non è particolarmente ricco della presenza di figure retoriche però è molto utile per il nostro studio perché ci fa cogliere la ridefinizione di « rischio ». Si è spostata l’attenzione dalle conseguenze funeste per Antonella malata di anoressia, alle conseguenze altrettanto funeste per la nonna se Antonella guarisse. Questa ridefinizione agisce quindi ad un livello di significati così forte ed inatteso da non richiedere ulteriori elaborazioni nella comunicazione del terapeuta. Ma vediamo come si presenta la ridefinizione di rischio una volta che togliamo i traslati.

Rielaborazione 1° intervento

L’equipe degli specialisti ha deciso che la terapia familiare è molto indicata, considerando che Antonella è in pericolo di morte e che qui abbiamo alte possibilità di guarigione. Ma l’equipe pensa che se Antonella guarisse potrebbe ricominciare a frequentare Franco e nonna Teresa, per questo, potrebbe soffrirne con vergogna; secondo noi il suo dolore sarebbe più grande di quello che patirebbe se Antonella morisse per la sua malattia. Nella prossima seduta dovremo parlare di questo rischio per la nonna.

Appare quindi che non è tanto la parola «rischio» l’elemento fondamentale dell’intervento ma la sua reiterata e strategica collocazione che ne determina la potenza, importante invece è lo spostamento dell’attenzione che da Antonella passa alla nonna: la ridefinizione è quindi relazionale: «che cosa accadrebbe a B se A guarisse? ».

2° Intervento

Terapeuta donna: Oggi, Antonella, c’è stato detto che tu ti sforzi di mangiare un po’ di più. Ma noi ti preghiamo di essere molto prudente, di mantenere un certo grado di anoressia (pausa). E perché? perché adesso, oltre ad essere preoccupati per la nonna, lo siamo ancor di più per la mamma. Mi spiego meglio. Ci avete riferito che la nonna, quando ha conosciuto il nostro referto ha detto: « Io voglio solo che Antonella guarisca », e noi ci crediamo, è vero! Noi pensiamo che tu per la nonna sei tutto, sei come il sole! (Desiderata scoppia in lacrime). Ma se tu, Antonella, ti mettessi a guarire troppo al punto da ridiventare una bella ragazza, sorgerebbe il pericolo che tu te ne andassi, facessi la tua vita … come tante altre ragazze … Ma la nonna è attaccata alla sua nipotina, la vuole vicina … se ti perdesse soffrirebbe molto … E allora noi siamo preoccupati, perché soffrirebbe tanto anche la mamma … l’abbiamo visto qui (spiccando le parole), la mamma soffre solo se soffre la nonna (occhiata furente di Antonella alla mamma piangente). Perciò sii prudente, Antonella, mantieni un po’ di anoressia. Per la prossima volta invitiamo qui anche la nonna (cordialmente) vogliamo conoscerla, sentire anche lei … (tutti assentono col capo. I terapeuti si alzano e congedano la famiglia).

Questo intervento, come si può intuire, è stato elaborato sulla base del primo nel senso che si è mantenuta la ridefinizione della prima seduta operando però una comunicazione relazionale di grado più elevato poiché mette in gioco la triangolarità nel sottosistema nonna-Antonella-mamma. È forse in relazione al complesso quadro metacomunicativo che questo intervento risente della presenza di molte figure retoriche; analizziamone ora le seguenti parti e poi rielaboriamo l’intervento privandolo delle immagini di stile.

1) (…) ti preghiamo (= iperbole);

2) (…) di mantenere un certo grado di anoressia (= reticenza: non esprime tutto il pensiero che viene chiaramente sottointeso);

3) «Io voglio solo che Antonella guarisca» (= prosopopea: si fanno parlare persone lontane o morte come fossero lì presenti o vive);

4) Noi pensiamo che tu per la nonna (= perifrasi): i terapeuti si fanno carico di sentimenti che la nonna non esprime;

5) (…) tu per la nonna sei tutto (= iperbole), sei come il sole (= similitudine: è un raffronto nel quale i due termini di paragone sono entrambi evidenti e si svolgono in genere con una certa ampiezza);

6) Ma se tu Antonella, ti mettessi a guarire troppo (= sineddoche: invece di un oggetto o di un fatto se ne indica un altro che abbia con esso un rapporto di quantità. Nel nostro caso si indica «troppo » con «il tutto »; « troppo » sta per « iniziare a guarire o guarire dall’anoressia »), al punto da ridiventare una bella ragazza (= eufemismo: attenuazione operata nella crudezza di una espressione o per ragioni propriamente artistiche oppure per ragioni di convenienza sociale), sorgerebbe il pericolo che tu te ne andassi, facessi la tua vita come tante altre ragazze. Ma la nonna è attaccata alla sua nipotina, la vuole vicina (= eufemismo), se ti perdesse soffrirebbe molto. E allora noi siamo preoccupati (= perifrasi) perché soffrirebbe tanto anche la mamma, l’abbiamo visto qui, la mamma soffre solo se soffre la nonna. (L’intero periodo di questo punto è una circonlocuzione, un giro di parole per dire che la mamma non soffre tanto della malattia della figlia quanto per l’attaccamento della nonna verso Antonella);

7) (…) mantieni un po’ di anoressia (= metonimia: s’indica un personaggio, un oggetto o un fatto non direttamente, cioè con il suo proprio nome ma mediante un’altra cosa che sia in vario rapporto con quel personaggio, oggetto o fatto).

Rielaborazione 2° intervento

Oggi, Antonella, c’è stato detto che ti sforzi di mangiare un po’ di più. Ma noi ti chiediamo di essere molto prudente, di mantenere un certo grado di anoressia perché un tuo miglioramento porterebbe a far soffrire gli altri: la nonna e la mamma. Mi spiego meglio. Ci avete riferito che la nonna vuole che Antonella guarisca, e noi ci crediamo, è vero! Appare che tu per la nonna sei molto importante, sei la sua occupazione in quanto la tieni lontana da mamma. Ma se tu Antonella guarissi, sorgerebbe il pericolo che te ne andassi, facessi la tua vita come tante altre ragazze. Ma la nonna ha bisogno della sua nipotina, se tu guarissi soffrirebbe molto. E soffrirebbe anche la mamma che soffre solo se soffre la nonna. Perciò sii prudente, Antonella, mantieni le cose come stanno. Per la prossima volta invitiamo qui anche la nonna, vogliamo conoscerla, sentire anche lei.

È chiaro che un intervento di questo tipo molto riflette del modello sistemico; benché ne sia particolarmente fedele non si potrebbe però considerare un buon esempio di come intervenire nella pratica. Detto altrimenti, è rimasta inalterata la struttura relazionale fra le parti in gioco, mentre la si è rivestita di un «abito » meno elegante o semplicemente più trasparente: la con- notazione positiva è diventata negativa. Osserviamo inoltre che, così riformulato, l’intervento diventa una sorta di accusa dove ci si riserva di formulare un verdetto perché si vuole prima conoscere e sentire la nonna (parte in causa) finora assente. Quindi, « Per la prossima volta invitiamo qui anche la nonna, vogliamo conoscerla, sentire anche lei », diventa un « sentiamo cosa ha da dire in sua discolpa ». Inoltre il gioco relazionale, pensato dai terapeuti, è così scoperto e crudo da favorire non retroazioni nel sistema ma del sistema nei confronti del terapeuta, non più neutrale e per questo oggetto di reprimende e immoralità: trasformando un processo terapeutico in un processo di accuse.

3° Intervento

Compito Familiare: Il prossimo martedì sera, allorché la famiglia è riunita per la cena, papà aprirà la busta nella quale troverà tre foglietti piegati, uno con scritto papà, uno mamma e uno Fabrizio.

Ciascuno nell’ordine, prima papà, poi mamma, poi Fabrizio, leggerà il proprio a voce alta. Dopo aver letto, nessuno deve fare commenti. Antonella ha l’incarico che il compito venga eseguito correttamente. I foglietti contenuti recano i testi seguenti:

Papà — Cara Antonella, io ti ringrazio perché non uscendo mai dl casa tieni la mamma in casa.

Mamma — Cara Antonella, io ti ringrazio perché, con il problema del mangiare e il problema del voler morire, mi obblighi ad andare molto meno dalla nonna senza sentirmi una figlia ingrata.

Fabrizio — Cara Antonella, io ti ringrazio, perché tenendo sempre la mamma occupata a star dietro a te, io sono libero.

Il compito assegnato ai singoli componenti è un intervento che solo apparentemente sembra non contenere la forza dell’anafora (o ripetizione: ripetere parole uguali, collocate in posizione evidente per dare efficacia al complesso del discorso; nel nostro caso: cara Antonella, io ti ringrazio…). Questa figura retorica dà efficacia all’intervento ad un livello che esprime il focus del sintoma: la funzionalità. Non solo, privilegia Antonella come la causa per l’effetto (= metonimia). Diverso è invece esprimere la malattia di Antonella come funzione nel sistema, nei seguenti termini:

Rielaborazione 3° intervento

Cara Antonella, l’equipe terapeutica pensa che la tua famiglia deve esserti riconoscente perché con la tua malattia allevii ognuno di loro di compiti e responsabilità altrimenti insopportabili. Grazie a te la mamma è più occupata in casa e si occupa meno di papà e non sente l’obbligo di far visita alla nonna. Fabrizio pure deve esserti grato perché tenendo sempre la mamma impegnata a star dietro a te, è più libero.

Così riformulato, l’intervento mantiene sempre la connotazione positiva del gioco familiare ma perde efficacia nella ritualità (dopo che la famiglia è riunita, nell’ordine prescritto, ognuno leggerà il contenuto della busta) e nella ripetizione del complemento di vocazione. Per di più il compito si è trasformato in un referto.

4° Intervento

Terapeuta (rivolto ad Antonella): In questa seduta abbiamo visto, Antonella, il buon lavoro che stai facendo per aiutare mamma. Liti buon lavoro davvero, anche se non ancora portato a compimento…

Nelle prime sedute, lo abbiamo visto tutti, mamma era disperata, piangente a causa del suo forte legame con nonna Teresa, che però la tratta da ingrata, l’accusa, non è mai contenta. Ma oggi cosa vediamo? Che mamma non piange più per la nonna, la visita di rado non s’immischia nelle sue liti. E chi ha fatto tutto questo? Tu, Antonella” Proprio tu! Con la tua sensibilità hai capito che per aiutare mamma a slegarsi da nonna Teresa, dovevi metterti tu a fare la nonna, a copiarla in tutto e per tutto. « Chiodo scaccia chiodo » … lo dice anche il proverbio! E così ti sei messa tu Antonella a fare la nonna in casa. Con le torte ad esempio, se la mamma non le fa, te ne hai a male. Ma se le fa la sgridi, perché le hai mangiate e ti è venuto il mal di stomaco. Così anche tu sei incontentabile. Ma intanto mamma non ha più tempo di pensare a nonna, e non piange più. Sta meglio. E noi, che eravamo preoccupati per mamma, siamo più tranquilli.

La peculiarità di questo intervento suggerisce che il sistema ha retroagito positivamente ad ogni ridefinizione relazionale e i livelli su cui i terapeuti hanno agito volta per volta sono stati accettati. Il linguaggio colorito (o figurato) assume qui un significato particolare: se nei precedenti interventi aveva la funzione di far arrivare le idee che i terapeuti si costruivano sul funzionamento del sistema — evitando la crudezza e la forma diretta nella comunicazione — qui invece assume un aspetto ancora più mascherato. I terapeuti mettono in risalto la differenza tra passato e presente, sottolineano come (e per merito di chi) il sistema attualmente funziona, caricano di significato il ruolo attivo del paziente designato ed attribuiscono ad esso il merito del processo nel sistema. In «realtà» comunicano che le loro ipotesi, su come il sistema era omestaticamente regolato, erano esatte. Tutto l’intervento è una perifrasi.

Estrapoliamo le figure:

1) (…) mamma era disperata, piangente (= ipotiposi: si ha quando un fatto viene descritto in modo così vivo da sembrare di averlo davanti agli occhi);

2) (…) la tratta da ingrata, la accusa, non è mai contenta (= ipotiposi);

3) Ma oggi cosa vediamo? (= interrogazione retorica: è una interrogazione che non attende risposta ma col suo tono asserisce o nega);

4) (…) chi ha fatto tutto questo? (= interr. retorica);

5) Chiodo scaccia chiodo (= epifonema: è una sentenza che conclude il discorso in tono esclamativo);

6) (…) eravamo preoccupai per mamma, siamo più tranquilli (= perifrasi).

5° Intervento

Terapeuta donna (si siede accanto ai genitori, rivolgendosi a loro: Il suo tono è caldo, affettuoso): quel che abbiamo visto oggi è la preoccupazione che Antonella e Fabrizio hanno per voi. Sentono che lei, signor Rino, è un marito infelice, che lei Desiderata, è una moglie infelice. Ci hanno descritto tutto quell’andirivieni, quella casa vuota, come se voi vi sfuggiste. Sentono che tra voi due ci sono problemi profondi che non avete potuto risolvere. E certo pensano al futuro: che faranno papà e mamma quando noi ce ne andremo? Non sapranno che cosa dirsi, che cosa fare insieme. Sanno bene che non è colpa vostra, che c’è qualcosa di più forte di voi che vi impedisce di essere contenti insieme (i due con le lacrime agli occhi, fissano la terapeuta annuendo). Differenze di carattere, forse, diversità di temperamento… I ragazzi, specie Antonella, hanno fatto di tutto per aiutarvi… Ma noi pensiamo che non sia il loro compito. Pensiamo che sia compito nostro, di noi terapeuti. Dobbiamo noi cercare di aiutarvi a risolvere i vostri problemi. Così, alla prossima seduta, aspettiamo voi due. Antonella e Fabrizio resteranno a casa.

Tutto l’intervento è una circonlocuzione per dire che le sedute terapeutiche successive saranno centrate sulla coppia e che i figli non dovranno più partecipare. Si noti inoltre l’utilizzo dei sentimenti dei figli per esprimere e far passare il modello osservativo dei terapeuti, cosa che nella quarta seduta manca completamente. L’intervento in quella seduta era compattato dal grande assestamento della famiglia su ridefinizioni ormai accettate e agite positivamente; qui invece, poiché si deve fare un ulteriore salto per favorire il processo maturativo del ciclo vitale di questo sistema (permette ai figli di « staccarsi » dai genitori), e non volendo intervenire direttamente in questo senso, si ricorre ad una marcata forma manipolativa: in questa direzione sembra andare l’utilizzo spontaneo delle figure retoriche.

1) (…) tutto quell’andirivieni, quella casa vuota (= antitesi: mettere a palese contrasto idee opposte per dare loro evidenza);

2) Sentono che lei, signor Rino, è un marito infelice, che lei, Desiderata, è una moglie infelice (= anafora o ripetizione);

3) Che faranno mamma e papà quando noi ce ne andremo? ( interrogazione retorica);

4) Differenze di carattere, forse, diversità di temperamento eufemismo);

5) I ragazzi, specie Antonella, hanno fatto di tutto per aiutarvi (= reticenza).

Rielaborazione 5° intervento

Noi pensiamo che Lei, signor Rino, e Lei, Desiderata, siete una coppia infelice. Antonella e Fabrizio ci hanno descritto la vostra tendenza a sfuggirvi, e noi pensiamo che fra voi due ci sono problemi profondi che non avete potuto risolvere. Pensiamo che nel vostro futuro — quando i figli se ne andranno di casa non saprete che cosa dirvi, che cosa fare insieme. Sappiamo bene che non è colpa vostra, che c’è qualcosa di più forte di voi che vi impedisce di essere contenti insieme. Se fossero solo differenze di carattere o di temperamento non ci sarebbe nulla da fare: ognuno è quel che è. Ma i ragazzi, specie Antonella, con la sua malattia, hanno fatto di tutto per aiutarvi. Ora noi pensiamo che non sia il loro compito, pensiamo che sia compito di noi terapeuti di aiutarvi a risolvere i vostri problemi. Così alla prossima seduta, aspettiamo voi due. Antonella e Fabrizio resteranno a casa.

In questo intervento non vi è più quell’animazione del discorso che si riscontra in quello originale. La preoccupazione dei terapeuti, al posto di quella dei figli, opacizza il sentimento stesso nel senso che non lo rende vivo: non è come vedono il loro futuro i terapeuti che può destare nella coppia commozione, bensì come essi appaiono ai loro figli, è con questi che hanno dei profondi legami, non con i terapeuti. In sintesi, si enfatizza la compartecipazione di percezioni interne al sistema perché sono queste che rimarcano il significato relazionale e non quel che « sentono » i terapeuti che non partecipano alla vita quotidiana ed affettiva della famiglia: ne sono appunto esterni e perciò non vissuti coinvolti.

6° Intervento

Terapeuta donna (bonariamente, rivolta ai genitori): Abbiamo discusso un bel po’ per raccapezzarci su quanto è successo. L’altra volta avevamo offerto a voi due di venire da soli per parlare dell’insoddisfazione che v’è tra voi, della difficoltà a star bene insieme. E ci era anche parso che foste contenti della nostra offerta. E invece oggi ci siamo trovati qui a parlare di Antonella e Fabrizio … Ciò ci ha fatto pensare che voi non siete ancora pronti a parlare di voi stessi, della vostra insoddisfazione come marito e come moglie. (A questo punto il padre con viso commosso, allarga le braccia, come per dire che lui sarebbe prontissimo … La moglie tiene gli occhi abbassati).

Forse c’è in voi uno scoramento, una sfiducia… Possiamo certo capirvi, ma continuiamo a pensare che è bene che ci troviamo insieme noi quattro. Lasciamo però passare un bel pò di tempo … dopo l’estate.

Il prossimo appuntamento ve lo diamo fra due mesi. Chissà che per quell’epoca non vi sentiate disposti… (consegna la data). Tu, Antonella, non verrai. Antonella (vivacemente): oh, finalmente potrò non venire più qui!

La comunicazione del terapeuta è diretta, niente maschere, niente gioco degli specchi: si punta sulla terapia di coppia rimettendo ai genitori la decisione di attuarla oppure no!

COME E QUANDO COMPAIONO LE FIGURE RETORICHE: DESCRIZIONE DEL CASO PRUSENTATO

L’analisi quantitativa degli interventi esaminati mette in evidenza la struttura della comunicazione terapeutica: una struttura (ben) definita sui comportamenti in relazione. In queste maglie strutturali non mancano però elementi formali — le figure retoriche appunto — che danno elasticità al discorso.

L‘analisi quantitativa sembra confermare l’utilità delle figure, mentre infatti nel primo intervento l’aspetto preminente della comunicazione è la ridefinizione del sintomo, con la presenza di sole due ligure retoriche, nel secondo intervento si ha invece un picco verso l’alto per la presenza di elementi formali (pari a 12) mentre la struttura del discorso è pressoché invariata se non per la sostituzione di un livello relazionale (Franco) con un altro (la mamma).

Il terzo intervento essendo la prescrizione di un compito, non può essere paragonato ai primi due.

Il 4° ed il 5° intervento, diversi sia strutturalmente che nei contenuti, si differenziano rispetto all’animazione del discorso anche se hanno lo stesso numero di figure retoriche (più avanti ne distingueremo i tipi e le finalità). In un caso prevale l’aspetto descrittivo dei comportamenti, nell’altro invece quello emozionale.

L’assenza dei traslati e figure di pensiero nel 6° intervento, butta luce sull’analisi in corso. E’ una comunicazione diretta, priva di empatia, animazione, persuasione e/o manipolazione. Mancando le figure retoriche sembra venir meno anche l’aspetto strumentale del discorso.

TABELLA 2

Figure retoriche di segno Figure retoriche di significato
1° intervento Perifrasi (f. pensiero)
Iperbole (f. parola)
2° intervento Iperbole (f. parola) Reticenza (f. pensiero)
Perifrasi (f. pensiero) Iperbole (f. parola)
Prosopopea (f. pensiero) Similitudine (f. parola)
 Eufenismo (f. parola) Sineddoche (f. parola)
 Perifrasi (f. pensiero) Eufenismo (f. parola)
Metonimia (f. parola)
Perifrasi (f. pen.)
 3° intervento  Anafora (f. sintassi)  Metonimia (f. parola)
 4° intervento  Interrogazione (f. pensiero)  Ipotiposi (f. pensiero)
 Perifrasi (f. pensiero)  Interr. Retorica (f. pensiero)
 Ipotiposi (f. pensiero)  Perifrasi (f. pensiero)
 Epifonema (f. pensiero)
 5° intervento  Antitesi (f. pensiero)  Perifrasi (f. pensiero)
 Anafora (f. sintassi)  Interr. Retorica (f. pensiero)
 Eufenismo (f. parola)  Reticenza (f. pensiero)
 6° intervento
 Tot. 13  Tot. 16

Sembra quindi che le figure di stile concorrono a definire un processo terapeutico. Quantunque si rifiutasse l’idea strumentale, preferendo invece quella dei significati perché più consona ad incorniciare le risposte comportamentali, dovremo allora distinguere le figure retoriche di « segno» da quelle di « significato ». Le prime sono fine a se stesse per il loro calore e forza immaginativa che danno al discorso mentre quelle di significato sono tali quando il segno si collega all’ipotesi terapeutica.

Ad esempio: « ti preghiamo »: «una bella ragazza »: « quell’andirivieni, quella casa vuota »; sono tutte figure retoriche di segno perché non collegate all’ipotesi terapeutica. Mentre, «un gravissimo rischio che ci preoccupa »; «una vergogna ed un dolore mortale »; « sei come il sole »; ect., sono tutte figure retoriche di significato (v. tab. 2).

Dalla tabella si osserva che le figure di significato non sono di numerosità ampiamente maggiore rispetto a quelle di segno, se inoltre consideriamo il primo intervento — particolarmente significativo per la ridefinizione del sintomo — allora notiamo che le figure in esso presenti sono proprio di significato.

La presenza di figure di segno (relativamente bassa) ha per noi un suo valore terapeutico anche se non legate alle ipotesi; in generale le figure retoriche contengono un elevato grado di astrazione e perciò possono influire sui processi psicologici e sulla fluidità della comunicazione terapeutica. Diverso è il messaggio «rappresentato» da uno «enunciato». Nella clinica possiamo associare la terapia alla «rappresentazione» dei vissuti individuali, di gruppo o familiari, nella diagnosi invece si caratterizza l’asserzione, il «dato di fatto» di uno stato «normale » distinto da quello «patologico».

Consideriamo un assunto della terapia sistemica che dice: un ipotesi non è né vera né falsa (Matteo Selvini (a cura di), 1995)

Possiamo chiederci, allora, cos’è che fa di questa affermazione una affermazione vera all’interno del modello sistemico? Secondo noi è l’idea implicita di rappresentazione. Mentre nella sperimentazione l’ipotesi è una proposizione da accettare o da rifiutare, in una metafora « è un filtro a maglie strette », nella terapia sistemica l’ipotesi è un filtro a maglie larghe. Il terapeuta infatti costruisce ipotesi procedendo per aggiustamenti successivi rappresentandosi i componenti familiari in un loro gioco delle parti. Così facendo, l’intervento di fine seduta si costruisce per incastri e la comunicazione sulle relazioni si arricchisce di figure che le ipotesi non né vere né false. L’intervento diviene una realtà rappresentata all’interno della quale la famiglia può viversi secondo punti di vista nuovi e flessibili.

Detto ciò, appare che le figure retoriche siano connaturate al linguaggio terapeutico e al modello sistemico, per cui uno studio sistematico delle figure sarebbe utile per meglio comprendere gli effetti e la riuscita della terapia anche se pensiamo che esse siano uno dei tanti aspetti da indagare.

RIASSUNTO
La parziale analisi sullo stile comunicativo del terapeuta negli interventi di fine seduta è sufficiente a sottolineare l’importanza delle figure retoriche all’interno della comunicazione pragmatica. Gli Autori danno spunto indiretto dei variegati modi in cui si può esprimere uno stesso concetto-fatto-osservazione, centrando la loro osservazione sul mascheramento, l’efficacia, la manipolazione e la rappresentazione degli interventi sistemici unitamente all’impiego e al non utilizzo delle figure retoriche. L’articolo si svolge quindi relativamente al potenziale immaginativo (o della rappresentazione) che scaturisce proprio dal modello sistemico ed è rafforzato dall’uso delle figure di stile, lasciando implicita l’idea di costruzione della realtà.

SUMMARY
A partial analysis of the therapeutist’s style of communication in the end-of-session interventions is sufficient to underline the importance of the figures of speech in pragmatic communication. The Authors indirectly hint at the different ways of expressing the same concept-fact-observation, focusing their attention on the masking, effectiveness, manipulation and representation of systemic interventions together with the use or non-use the figures of speech. The article is therefore based on the imaginative (or representative) potential deriving from the systemic approach and strengthened by the use of figures of style, leaving the idea of reality construction implicit

BIBLIOGRAFIA
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(*) Psicologa, libera professionista.

(**) Responsabile del servizio di terapia familiare e relazionale U.L.S.S. 21 di Padova – Didatta del Centro Milanese di Terapia della Famiglia.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row] Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

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