Dott.ssa Teresa Ragusa +(39) 328.4061715
Psicologo Psicoterapeuta – Specialista in Psicoterapia Breve

Il disvelamento dell’abuso e del maltrattamento

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Campo di grano con le montagne – Vincent Van Gogh

La scuola come luogo di scoperta del mal-trattamento

di Teresa Ragusa
* Psicologa specialista in psicoterapia breve, giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni delle Marche.

Pubblicato sulla rivista “Minorigiustizia” N° 3 del 2009 da pag. 178 a pag. 184

Indice:

1. Maltrattamento e sviluppo sano
2. Le competenze e conoscenze della scuola
3. I segnali
4. Dai segni alla relazione di fiducia e di confidenza
5. La scoperta delle tipologie di maltrattamento[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

La scuola, agenzia educativa e luogo istituzionale d’istruzione con la finalità dell’inserimento sociale e lavorativo, integra e incrementa l’educazione che il minore riceve nella famiglia normativa.

Essa – per il tempo che un ragazzo vi trascorre, per il rendimento e per le relazioni che instaura – è senz’altro una sede in cui possono affiorare fatti e aberrazioni, tout-court definiti con il termine di maltrattamenti, ai danni dei suoi giovani ospiti.

La scuola ha (o dovrebbe avere) gli strumenti per la scoperta del maltrattamento, seppure in modo diverso dalle strutture sanitarie, dalle forze dell’ordine, dagli educatori di una comunità o dagli esperti.

Questione preliminare è: quali condotte o situazioni l’istituzione scuola e le professionalità che vi operano possono e devono ritenere come manifestazione di maltrattamenti?

Le risposte possibili alla domanda possono essere date a partire da una definizione pertinente di maltrattamento, tali sono “gli atti e le carenze che turbano gravemente il bambino, attentano alla sua integrazione corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale, le cui manifestazioni sono la trascuratezza e/o lesioni d’ordine fisico e/o psichico e/o sessuale da parte di un familiare o di altri che hanno cura del bambino”¹.

La citazione suggerisce che occorre definire il maltrattamento nella sua complessità, evidenziando anche il danno che esso arreca alla giovanissima vittima al presente, nell’evoluzione della sua persona e nelle diverse aree di sviluppo.

Nel contesto scolastico, la parola chiave per la scoperta del maltrattamento è sviluppo. Il maltrattamento è ciò che attenta alla qualità dello sviluppo sano del bambino, considerato in rapporto al suo ambiente familiare e sociale di appartenenza, senza discriminazione di censo, cultura, professione dei genitori, sesso, etnia e altro.

Gli aggettivi apposti a sviluppo, “fisico, emozionale, affettivo, relazionale, intellettivo e morale”, pur nella loro generalità, indicano le aree sulle quali porre particolare attenzione per scoprire la sofferenza da maltrattamento.

¹ La definizione è stata elaborata dal IV Colloquio criminologico d’Europa, Strasburgo 1978.

Per riconoscere gli indicatori di una condizione di malessere nel minore a causa del maltrattamento, gli insegnanti e i dirigenti scolastici devono avere competenze e conoscenze.

Le competenze sono una preparazione pedagogica e psicologica; le conoscenze sono riferite al background scolastico degli allievi e al rapporto che i genitori hanno con la scuola che permette di verificare se essi si mostrano responsabili nel loro ruolo.

Si assume che la scuola, proprio per la pluralità di competenze e conoscenze che ha al suo interno, debba essere in grado di leggere le difficoltà degli allievi e, dunque, di distinguere l’allievo tormentato-agitato dall’allievo sereno, l’allievo ipo/ipercinetico dal normocinetico, l’allievo non corretto per maleducazione dall’allievo non corretto per peculiari anomalie familiari, e così via.

Essa dovrebbe sapere differenziare uno sviluppo adeguato e socialmente integrato da una crescita bloccata, la difficoltà intellettiva per handicap da quella derivante dal maltrattamento, il deficit intellettivo “puro” da quello “spurio” (ovvero di minore con handicap mentale che subisca maltrattamento)², così come le lesioni che un bambino si procura giocando da quelle causate dal maltrattamento.

Di converso avviene che non sempre l’insegnante voglia o sia motivato a volere riconoscere i segni della sofferenza da maltrattamento.

Fa ormai parte della letteratura in materia di violenza che l’essere umano tende a negare (nel senso di non volere vedere e riconoscere) o minimizzare il maltrattamento o la violenza, soprattutto quando è consumata fra le mura domestiche.

O, al contrario, non si “guarda” perché non si sa come operare efficacemente. È proprio da ciò che derivano delle prassi distorte o inefficaci.

Per esempio, alcuni dirigenti scolastici, su segnalazione degli insegnanti o di altri allievi compagni/amici del bambino che potrebbe essere maltrattato, si affidano al buon senso: informano i genitori di quanto a loro conoscenza e li invitano a non farlo più altrimenti saranno costretti a denunciare la cosa alle autorità; presto fatto, i genitori negano e di lì a poco trasferiscono il figlio/a in altra scuola. Oppure, gli stessi dirigenti scolastici, per togliersi la patata bollente dalle mani, fanno in modo che i genitori o il genitore trasferiscano il figlio altrove.

La modalità corretta sarebbe invece un’altra: informare i genitori che si segnalerà a chi di competenza quindi procedere alla segnalazione; in questo modo si “inchiodano” i genitori alle loro responsabilità ed essi potranno avere – se la prognosi sulla loro recuperabilità genitoriale sarà positiva – un aiuto per uscire dalla loro condizione³.

È utile che la scuola, quando ha segnali di maltrattamento, proceda adeguatamente al fine di responsabilizzare il maltrattante e, quindi, aiutare il minore a uscire dalla sua condizione infelice, laddove è possibile che ne esca insieme alla sua famiglia.

² Le formule “è intelligente ma non si applica” o “non è una cima” dovrebbero fare riflette chi le usa perché hanno in sé qualcosa da esplorare.
³ S. Cirillo, P. Di Blasio, La famiglia maltrattante, Raffaello Cortina, Milano 1989.

Un insegnante può avere il sentore che un minore patisca una situazione familiare difficile da molti segnali di sofferenza.

Solo per fare degli esempi, un bambino può presentare alla visione esterna lesioni cutanee, bruciature, ematomi al volto o agli occhi o alle braccia; oppure può lamentare dolenzia in una parte del corpo: un braccio, una gamba, dolore che può qualche volta conseguire a una frattura non curata. In questi casi, segno convergente è la frequente giustificazione della famiglia a incidenti.

Può manifestarsi spesso una patologia nelle cure: bambini malnutriti, con abbigliamento non adeguato alle condizioni atmosferiche, trascurati sotto il profilo igienico-sanitario.

In altri casi sono i comportamenti violenti o aggressivi dei bambini verso i compagni o gli stessi insegnanti a sottendere che a loro volta questi bambini possono essere vittime in famiglia di maltrattamenti psicologici, violenze verbali o violenze assistite.

Di solito il “rumore” di queste possibili vittime, di certo aggressori, non sfugge agli operatori scolastici sia per le lamentele dei genitori delle vittime “scolastiche” sia per il buon andamento delle lezioni. Ciononostante gli insegnanti non intervengono con efficacia e i comportamenti aggressivi dei piccoli si protraggono finché non avviene il peggio.

All’estremo opposto si colloca il “silenzio”, la passività del bambino che subisce maltrattamento in famiglia. Questo per dire che non vi sono segni univoci per individuare il maltrattamento e che è necessaria un’attenta osservazione del bambino vittima e avvicinamento empatico per comprendere quel che vive.

Per i ragazzi delle scuole superiori si aggiunge poi l’incomunicabilità apparentemente generazionale; indice di una sfiducia strutturata.

Molti bambini stanno soffrendo un periodo difficile perché i genitori litigano, si stanno separando o continuano a essere conflittuali fra loro anche dopo che si sono separati.

Al riguardo, un’osservazione personale è che nella sofferenza derivante dalla separazione della coppia coniugale è più frequente la recettività dell’insegnante oltre la facilità con la quale il minore si confida.

C’è da chiedersi se la scuola avverta questa condizione di sofferenza per quanto osservato sull’allievo o per l’informazione diretta dei genitori o per una conoscenza a priori dello stato civile dei genitori che ogni scuola di solito conosce.

Di solito l’esacerbato conflitto delle coppie separate è più facile da svelare che non l’esacerbato conflitto di coppia qualora ci sia la convivenza; accade che è più difficile individuare-conoscere altri tipi di maltrattamento in famiglia soprattutto se i genitori non sono separati.

Il pregiudizio sui riflessi della separazione limita la comprensione e la differenziazione d’altro tipo di maltrattamento possibile soprattutto se non c’è la separazione. Eppure dove c’è maltrattamento lo sviluppo del bambino diviene disarmonico, bloccato, inquieto, ancorché non sfoci nell’auto/etero distruzione. Al pregiudizio di cui sopra, va altresì aggiunto quello dello stato socio-economico dei genitori.

Si può affermare che rispetto a questo pregiudizio esiste un rapporto indirettamente proporzionale fra il sospetto di maltrattamento e la posizione sociale dei genitori. Al diminuire di quest’ultima può corrispondere un’aumentata credenza o attenzione della sofferenza sul minore.

Pur con gli umani pregiudizi ma in possesso dei loro strumenti di valutazione, gli insegnanti possono porre attenzione alle difficoltà scolastiche del minore, calo del rendimento, deficit d’attenzione, frequenza scolastica discontinua: tutti indicatori importanti se riferiti a un’età fino ai tredici-quattordici anni, quando il minore ancora dipende fortemente dai genitori, unici responsabili del suo impegno scolastico e non solo.

Questi stessi indicatori però possono assumere un altro significato per la prima fascia d’età delle scuole superiori. Le superiori, la cui frequenza è diventata obbligatoria fino ai sedici anni, sono mal sopportate da molti ragazzi che non vogliono continuare negli studi e sono demotivati nel proseguimento, magari per un desiderio di raggiungere attraverso il lavoro un’autonomia economica; altri invece utilizzano la scuola come status sociale o per rinviare l’impegno lavorativo, come se la scuola non avesse di per sé un’assunzione di responsabilità.

L’abuso sessuale è forse fra i maltrattamenti più difficili da scoprire, nonostante gli effetti della sua devastazione, per la segretezza in cui si consuma.

Nei maltrattamenti fisici, può succedere che un qualche episodio avvenga davanti agli occhi di estranei, nell’abuso sessuale no! Ciò perché nel primo caso un atto di percosse può essere considerato un mezzo correttivo nell’educazione della prole, ma un atto sessuale sul minore è tabù e chi lo perpetra lo sa. Abuso indica eccedere e fare un uso sbagliato dei mezzi correttivi.

Chi ha cura del minore, solitamente educa alla sessualità impartendo pudore anche attraverso comportamenti inibitori. In fatto d’educazione, l’abuso sessuale dovrebbe considerarsi in direzione della censura patologica.

Nei rapporti affettivi abuso dovrebbe significare eccedere quindi approfittare della fiducia della vittima. Il danno da violenza sessuale al minore è per così dire esponenziale perché i comportamenti dell’adulto sono finalizzati a rendere la vittima complice della violenza.

Per queste considerazioni, anziché abuso sessuale, sarebbe più appropriato parlare di violenza sessuale al minore perché oltre a violare la fiducia, attraverso l’irretimento prima e i comportamenti sessuali – completi o incompleti – dopo, si sconvolge il rapporto della vittima con il proprio corpo unitamente alle implicazioni di danno affettivo, relazionale, comportamentale, dell’idea di sé, ecc.

La violenza sessuale sul minore è foriera anche di danni cognitivi ma il più delle volte l’adulto limita l’osservazione ai suoi comportamenti erotizzati derivati, giudicandoli.

Per avere un quadro più generale dei segni che gli insegnanti possono rilevare si può ricordare che, nella clinica psicologica, la rilevazione dei segnali di sofferenza psichica nel bambino si orienta sulle seguenti aree:

  • fisica: disturbi psicosomatici, enuresi, encopresi, anoressia, bulimia;
  • relazionale: diffusa sfiducia o attaccamento indiscriminato, eccessiva dipendenza o aggressività nei contatti;
  • comportamentale: grave reattività o chiusura, passività o iperattività, autolesionismo e distruttività, erotizzazione;
  • dell’affettività: coartata, ottusa, appiattita, inappropriata; labile.
  • cognitiva: disturbi del linguaggio, deficit dell’attenzione, inibizione di logica e pensiero;
  • emozionale: paura-terrore, tristezza, pianto, vergogna, rabbia, disgusto;
  • dell’immagine di sé: vissuti angosciosi, bassa autostima.
Chi è vittima di maltrattamento ha, di solito, difficoltà a instaurare relazioni di reciprocità e fiducia e questo può essere il primo scoglio da affrontare per comprendere cosa limita la relazione e il sentimento pro-sociale.

È partendo dal sapere cogliere i segni della sofferenza che possiamo sperare in una maggiore consapevolezza degli insegnanti a captare la fiducia del bambino, diversamente si corre il rischio di mettere l’insegnante nell’infelice condizione d’indottrinare, giudicare, reprimere quel che invece deve emergere.

Il rapporto di fiducia è fondamentale perché il minore sveli il maltrattamento subito, ma non sufficiente per aiutare adeguatamente. Senza l’aiuto adeguato si corre il rischio di far vivere al minore il sentimento di tradimento e abbandono all’aiuto.

È comune, infatti, che il maltrattamento familiare abbia un’inscindibile componente dolorosa che è la dipendenza vitale. In questa dipendenza vitale tutto si confonde e l’autorità della famiglia da una parte e quella della scuola dall’altra sono per il minore i poli antagonisti, anziché di collaborazione.

Chi prevarrà? Prevarrà la famiglia maltrattante con i suoi trasformismi o prevarrà la scuola con la sua competenza d’aiuto? Il minore/vittima, nella sua confusione intellettiva e affettiva e nel suo stato di sofferenza, vuole aiuto ed è pronto a confidarsi se solo riceve l’ascolto e gli si offrono gli aiuti adeguati, altrimenti tende a proteggere i genitori o ad arrivare ad atti estremi.

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