Dott.ssa Teresa Ragusa +(39) 328.4061715
Psicologo Psicoterapeuta – Specialista in Psicoterapia Breve

Vivere

Ecco la paura più mortale che esista, quella di vivere.

La paura estrema di vivere è rappresentata dall’atto suicidario o il tentato suicidio.

La volontà di chi pone in essere quest’atto estremo è di solito rimossa dalle persone, soprattutto da quelle che hanno vissuto il dramma di un familiare suicida. Il motivo principale di questa rimozione è il senso di colpa per non avere potuto, o saputo evitare l’atto, una rimozione attivata anche dalle accuse silenziose che avvelenano i rapporti dei sopravvissuti; però non mi addentro nelle dinamiche familiari e mentali dei sopravvissuti, perché l’argomento riguarda la paura di vivere del suicida o di chi tenta il suicidio.

Rispetto al suicida, rilevo invece l’opinione delle persone comuni in merito all’atto, che è, per così dire, bipolare: c’è chi pensa che il suicida sia un vigliacco e chi, al contrario, pensa abbia avuto coraggio.

Come al solito la verità sta nel mezzo se si considera che il suicidio è il rovesciamento all’innata paura della morte – altrimenti detta istinto di sopravvivenza – trasformato nella paura di vivere, allora la paura di morire diviene il coraggio di darsi la morte per paura di vivere.

Quali sono le cause di un suicidio?

Le cause di un suicidio sono le più varie, ecco alcuni esempi: il sentimento d’impotenza in situazioni di vita travolgente (es. problemi economici, rapporti interpersonali legati a un lutto o per insopportazione alle responsabilità o altro); i disturbi psicologici (ad esempio depressione, disturbo bipolare, schizofrenia); ecc.; finanche alla vendetta che più che avere in sé la paura di vivere, indossa l’hybris del proprio ego.

Però, a mio parere, queste sono le cause fenomeniche che, in quanto tali, non informano della percezione di sé e della vita quando la pressione della disperazione e/o solitudine diventano insopportabili anche per effetto della convinzione di un futuro uguale al presente o per il crollo delle certezze o l’esasperazione dell’incertezza o… Infatti, altre persone che vivono o hanno vissuto le stesse situazioni di vita non arrivano a suicidarsi, magari lo pensano/hanno pensato astrattamente, ma mai come realizzarlo.

Il sentimento della solitudine può anche essere presunto, ma intanto la persona si sente sola ad affrontare la vita; in questi casi la solitudine diventa la molla della paura di vivere per la difficoltà d’esternare quel che prova.

Ancora una volta subentra la questione “come il suicida percepisce se stesso e la vita?”

Di certo viene meno l’istinto di sopravvivenza e si amplifica l’idea d’essere un’isola e non un animale sociale, qual è l’essere umano. L’idea di non arrecare dolore ai propri cari e/o la fede per il Supremo (che non è la religione), di solito sono gli ancoraggi per affrontare le gravi avversità, ma la paura di vivere può prendere il sopravvento.

Le avversità mi fanno pensare alle tante situazioni di paura e dolore. Penso alla sofferenza di chi per un orientamento sessuale, il cui pregiudizio familiare e della comunità appare insormontabile, cede a questa pressione; penso alla solitudine di chi vive la violenza in famiglia o a scuola (bullismo) o nei social network (cyber-bullismo o cyber-stalking) o nel lavoro (mobbing), e non sa come uscirne perché il silenzio e la vergogna lo domina; penso ai problemi psichici (di solito non diagnosticati o non curati) come la depressione, il disturbo bipolare, la schizofrenia, il disturbo della personalità borderline che dominano la persona e questa non chiede aiuto; penso a una malattia importante come il cancro o il dolore cronico o all’handicap del corpo in seguito a un grave incidente, e all’insopportabile situazione; penso alle difficoltà economiche di chi ha una famiglia ma la tiene fuori perché si sente un fallito; penso ai problemi legali senza lotta; penso a chi non ha un tetto da un giorno all’altro; penso alla carcerazione e il suo mondo fuori dal mondo; penso…

Anche nel tentato suicidio c’è sempre la paura di vivere oppure è altro che muove?

Intanto, che cos’è un tentato suicidio? È il fallimento di un atto o un mero richiamo/ricatto?

Personalmente tratto la questione come fallimento dell’atto perché punto sulla volontà del gesto autolesivo, anche se è un minorenne perché nella sua minore età esprime la funzione che il gesto “doveva” compiere.

In generale, alla persona riconosco la paura di vivere rispetto al suo arco di vita e situazione, al fine di affrontare e superare questa paura. È chiaro che la paura di vivere non è esclusa neppure nel tentato suicidio poiché è la manifestazione di paure accumulate come ad esempio la paura di non farcela secondo le aspettative familiari (o di un genitore), sociali e personali.

Avere l’espressione delle proprie difficoltà, qualunque sono, è già un primo passo per capire come bloccare il comportamento autolesivo e avviare lo sblocco delle risorse per vedere con nuovi occhi.

Inoltre, proprio grazie al fallimento suicidario, considero il tentato suicidio come catarsi per ridurre la pressione emotiva e così giungere a un nuovo modo di vedere le cose attraverso altre forme catartiche, quelle più rispettose del proprio corpo e più consone al modo d’essere di quella persona.

Se tu che leggi, hai pensieri suicidari e pensi come realizzarli, ti chiedo di scrivermi come ti vedi e cos’è per te la vita; in questo modo mi permetti di capire come posso esserti di aiuto.

Dott.ssa Teresa Ragusa Psicologa Psicoterapeuta Osimo Ancona - Aver paura di vivere

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