Dott.ssa Teresa Ragusa +(39) 328.4061715
Psicologo Psicoterapeuta – Specialista in Psicoterapia Breve

La Responsabilità

La paura della responsabilità è la più subdola e disconosciuta delle paure perché investe l’Io in molti sistemi del sociale con le sue regole scritte e no; ma quanto accennerò su questa paura esclude la responsabilità giuridica, perché non è di mia competenza.

Cercherò di rappresentare la paura della responsabilità riguardo a una dinamica personale e del sistema familiare al fine di dare risalto a una parte delle difficoltà che possono insorgere e di come questa paura possa formarsi.

Ma prima, voglio riportare la definizione di responsabilità della Garzanti: “È la condizione di chi può essere chiamato a rispondere degli effetti dannosi delle proprie o altrui azioni”.

Se già la definizione ti fa paura, non andartene, leggi fino in fondo, potrebbe esserti d’aiuto.

Da subito poniamo l’attenzione su “la condizione di chi può essere chiamato a rispondere”.

È un’affermazione forte, presuppone che un altro valuterà e tu dovrai “rispondere degli effetti dannosi“.

Ti è mai capitato di sentire dire “sta male perché non vuole …”?

Oppure, ti è mai successo d’essere stato male per una cosa che non avevi voglia di fare, ma dovevi?

Magari ti sarà successo di non capire perché stavi male e ti sei preso un antidolorifico per affrontare il dovere, oppure sei rimasto a letto, oppure – se hai confidenza con i tuoi stati d’animo – ti sarai detto sto male perché non voglio fare/andare, e come hai visto la paura della responsabilità, il male è passato.

Ebbene, gli esempi suggeriscono che di fronte all’assunzione di una responsabilità possiamo creare effetti dannosi per noi stessi, non necessariamente verso altri.

Al riguardo, è interessante la sintesi dell’antropologo e psichiatra Gregory Bateson: “La differenza tra un americano e un russo è che se l’americano deve andare a una festa e non ne ha voglia, dice di avere mal di testa; il russo, invece, si fa venire il mal di testa”.

Ecco allora che la responsabilità può andare a braccetto con l’astuzia o la coscienza escludendo il riconoscimento emozionale; nel caso dell’astuzia a non partecipare a una festa, non danneggi nessuno, nel caso dello scrupolo a non andare alla festa, danneggi te stesso.

Certo la realtà supera ogni sintesi o battuta di spirito, e le responsabilità che abbiamo vanno ben oltre; che le situazioni di vita non sono delle feste, anzi; che l’uso dell’astuzia per non assumersi la propria responsabilità, di solito crea effetti dannosi agli altri, ma anche a noi stessi.

Voglio farti una premessa, la lettura che segue potrà sembrarti di difficile comprensione, non scoraggiarti, leggi di getto, fatti inondare, e se hai dei dubbi puoi contattarmi.

Schematicamente, diciamo che esistono due fondamentali tipi di reazione alla paura della responsabilità: affrontarla o evitarla.

Rispetto all’evitamento, non posso fare a meno di citare l’aforisma di Pessoa “Porto addosso le ferite di tutte le battaglie che ho evitato”.

Alias, benché la responsabilità possa fare paura, affrontarla è una ricompensa, dà soddisfazione a noi stessi, alle persone che amiamo, ma anche alla società.

Domanda, ma perché si ha paura della responsabilità?

Di solito ne abbiamo paura perché vogliamo proteggere l’Io, che a sua volta protegge il dolore del Sé ferito.

Il Sé ferito prevalentemente avviene in famiglia a causa di traumi, disfunzioni di rapporto, maltrattamenti.

In questo brevissimo articolo mi occuperò degli effetti delle disfunzioni relazionali nel sistema famiglia e dei maltrattamenti per rilevare un piccolissimo aspetto alle altre possibili dinamiche.

Ma prima di ciò val far notare un paradosso: più difendiamo l’Io più questo indietreggia di fronte alle responsabilità anche a costo del peggio.

Ecco qua, la paura di perdere l’Io taglia fuori la responsabilità e scrive il non riconosciuto: “dott. Inganno. Specialista dell’Io”.

Si sa, le cose sono più complesse di come appaiono e più semplici di quanto crediamo, tentiamo una piccola illustrazione.

Tutti siamo vittime dell’Io, finché non ci diamo la possibilità di altre prospettive, i rapporti interpersonali hanno anche questa funzione ma alcune persone non ne traggono giovamento.

Ecco qua, la paura di perdere l’Io taglia fuori il punto di vista altrui e scrive il non detto: “dott. Mistificazione. Specialista dei miei interessi in barba agli altri”.

Ma questa è la scrittura di un biglietto da vista tenuto sempre in tasca, e ufficialmente mostra quello del: “dott. Successo. Specialista del bene”.

Di solito il “dott. Mistificazione” è una persona che ha una percezione di sé, degli altri e del mondo di tipo egofamily.

Lasciatemi passare questo neologismo, ispiratomi dal termine egosintonico. Dico “egofamily”, perché ogni comportamento, emozione o idea, è in sintonia con la percezione della famiglia d’origine, altri punti di vista non esistono.

L’interesse personale e della famiglia d’appartenenza è superiore anche ai propri sintomi e la persona non prova disagio.

È incapace di confrontarsi/affrancarsi dai giudizi di valore appartenenti alla famiglia d’origine e la mistificazione è naturale. All’altro estremo c’è il “dott. Ragione. Specialista del mio Io”.

Questo è il biglietto da visita presentato, di solito da una persona che s’identifica in una rappresentazione ideale, disconosce i personali impulsi, emozioni e comportamenti.

Ha una percezione di sé incompatibile con le sue scelte, è “egodolore” ma proiettato nel “noifamily” senza elaborazione del vissuto nella famiglia d’origine.

La rappresentazione ideale, incompatibile con gli impulsi, è superiore ai propri sintomi e la persona prova disagio a ogni elaborazione perché quel che ha vissuto lui/lei nessuno può capire. È incapace di affrancarsi dalla famiglia d’origine e quella creata pesa come un macigno.

Nel giusto mezzo, c’è l’assunzione di responsabilità lungo un processo graduale per affrontare le difficoltà adeguate all’età, senza ferite al Sé, e se ci sono stati sovraccarichi e ferite del Sé, la persona sa cogliere gli aiuti esterni per affrontare e superare il vissuto (resilienza).

In questo caso, il suo biglietto da visita è: “dott. Autenticità. Artigiano del dolore”. Qui non si fanno passeggiate ma scalate, la soddisfazione è molta e ne beneficiano anche gli altri.

Nei sistemi familiari con un paziente designato, non è insolito incontrare il “dott. Mistificatore”, ma il paziente con il sintoma presenta il conto.

In questi casi, la paura della responsabilità va a braccetto col sistema familiare d’origine, e se l’Io del mistificatore credette d’avere la banca sicura per i suoi investimenti nella nuova famiglia, il “noi” del paziente designato è il finanziere che mostra il conto in rosso.

Sempre nei sistemi familiari con un paziente designato, non è insolito incontrare il “dott. Ragione”, ma il paziente con il sintoma presenta le ferite.

In questi casi, la paura della responsabilità va a braccetto con l’orgoglio, e se l’Io dell’arrogante credette d’avere il balsamo nella nuova famiglia per le ferite del Sé, l’Io del paziente designato è il pungiglione che lo ferisce nuovamente.

Come detto all’inizio, la paura della responsabilità è la più subdola e disconosciuta delle paure. Ora, forse, è più chiaro quanto affermato.

Mi auguro d’essere riuscita a fare comprendere la perniciosità identitaria con la famiglia d’origine o con un ideale ingannevole. In entrambi i casi s’è attivata una preclusione a risanare il Sé ferito; la terza generazione ne fa le spese.

Come dice Pascal “Nessuno di noi si cruccia per non vedere tutto; quello che non si vuole vedere è ammettere di essersi sbagliati”.

Ora che hai finito di leggere, se sei ancora vivo, nel senso che ti ho creato movimento (si dice infatti che il movimento è vita), lasciami il tuo parere.

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